BATC on the road – Living in the Usa: follie, temperatura e ciabattine fosforescenti

di Silvia

Quando la mia sorellina mi ha chiesto di scrivere qualcosa da oltreoceano, raccontare la mia vita americana, stranezze e differenze culturali, mi sono detta: in fondo non è che ci sia poi cosi tanta diversità dagli italiani, tutto il mondo è paese…

Certo, dopo tre anni di vita a Chicago forse mi sono semplicemente abituata e/o dimenticata di quelle che all’inizio mi sembravano pure follie. Follie positive, come trovare le banche o gli uffici postali aperti tutto il giorno dalle 7 alle 18, rigorosamente SENZA FILA; normali negozi, supermercati e perfino parrucchieri a orario continuato sempre e comunque, ogni singolo giorno della settimana inclusa domenica e festivi. Non dimentichiamo poi le famose farmacie Walgreens o CVS, aperte addirittura 24 ore su 24… e non sto parlando di farmacie come potremmo intenderle noi, bensì un mix tra Oviesse, profumeria, supermercato, tabaccheria, edicola, sviluppo e stampa foto… e, dulcis in fundo a questo grande meraviglioso bazar universale, ecco i medicinali che improvvisamente ci ricordano di essere effettivamente in una Pharmacy.

Follie positive si, e devo ammettere non poche, ma follie anche in senso negativo. Dall’infinito e a volte finto perbenismo della gente che ad un’italiana incazzosa come me puo’, nel più fortunato dei casi, far venire l’urto di nervi (soprattutto durante il morning meeting del lunedi, quando il capo accoglie il team con un fragoroso e ridanciano Happy Monday!!!” e tu, da brava italiana, vorresti semplicemente spaccargli la faccia); al flusso costante di joggers che si fanno allegramente la loro corsa mattutina delle 5.30am, sole, pioggia o neve non importa, mentre tu ti trascini, ancora in piena fase REM, sul marciapiede arrancando in direzione del treno che ti porterà al lavoro. Per non parlare della mentalità stakanovistica americana che li fa lavorare come dei pazzi fino al venerdì sera, quando finalmente si buttano come una mandria di animali dentro sports bar, pubs e quant’altro per poi uscirne ubriachi e distrutti (tanto per usare un eufemismo).

Pensando a tutto questo, oggi mi sono avventurata a downtown in cerca di una particolare ispirazione, e ho iniziato a guardarmi intorno. Non sono queste le folli stranezze che mi facevano spalancare gli occhi i primi tempi. Ci dev’essere qualcos’altro…
Differenze culturali. Certo, la mancanza del caro 
vecchio sistema metrico decimale mi ha creato non poche complicazioni; anche il sistema di misurazione della temperatura non è stato semplice da digerire (se pensate che 32°F corrispondono a 0°C, qui a Chicago devi ritenerti fortunato se a gennaio il termometro segna più di 30°). Poi ci sono le taglie diverse nei negozi di abbigliamento…. ma quello è stato forse il problema più piacevole da risolvere con numerose spedizioni (puramente a scopi auto-educativi) di shopping…
La mia ricerca di idee continua mentre passeggio sulla 
Mag Mile (Magnificient Mile), nickname dato dai chicagoans alla sfarzosa, commerciale e meravigliosamente turistica Michigan avenue, luogo in cui mi reco quando voglio ricordare a me stessa di essere in America. Quali sono le ragioni per cui noi, cittadini del Vecchio Continente, siamo affascinati e incuriositi da questo popolo a cui noi italiani attribuiamo il cliché di ciabattoni trasandati divoratori di fast food?
E’ stato quello il momento, l’attimo che mi ha colpito come un fulmine. Attraversando la strada, la vedo, la incrocio sulle strisce pedonali. Una ragazza, un po’ acchittata ma non troppo, con quello stile casual chic delle chicagoans che si rispettano, cammina con nonchalance sull’affollata via. Ha in mano qualcosa… 
UN PAIO DI ANFIBI. Sì, così, senza neanche la busta. Ai piedi, due ciabattine di carta giallo fosforescenti. Certo, che non ti voglia rovinare la pedicure pre-weekend appena fatta, è comprensibile. Ma oggi, grigio pomeriggio di novembre, ci sono 45°. Lascio fare a voi il conto. God Bless America. 

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